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Voglia o non voglia, abbiamo sempre a che fare con il nostro corpo: nella salute e nella malattia, nella gioia e nel dolore, d’estate e d’inverno, dormendo o lavorando… Il nostro corpo siamo noi, con i pregi e i limiti, le ferite e gli aspetti positivi, le bellezze e gli handicaps. A mano a mano che diventiamo persone mature e adulte ci percepiamo sempre più in unità, in consapevolezza e in relazione: abitiamo, amiamo, siamo con il nostro corpo, preghiamo, desideriamo.
La salute e lo star bene del corpo è dono da assaporare, come la pulizia, l’igiene e la proprietà sono qualità da coltivare e l’affettività e la sessualità sono attività che ci rendono grandi e simili a Dio. Per questo il salmista si domanda: chi è l’uomo, Signore, del quale ti prendi così cura? L’hai fatto poco meno degli angeli, di gloria e di onore lo hai coronato.
Anche Dio, nella pienezza dei tempi, ha voluto nascere da una donna e assumere un corpo, in tutto simile al nostro, per essere presente fra noi e per dirci, proprio attraverso l’offerta del suo corpo nella croce, quanto egli ci ami. In Gesù, vivo e vero nella nostra carne, noi impariamo a vedere il Padre invisibile.
Ma la teologia e la spiritualità non riguardano solo il corpo di Gesù e l’Essere di Dio, ma anche le realtà terrene, tra le quali la prima è davvero il nostro corpo. E per comprendere queste verità ci rifacciamo a due episodi del vangelo: il buon samaritano (Luca 10, 29-37) e la trasfigurazione (Marco 9, 2-10).
Nella parabola del buon samaritano c’è un corpo ferito sul ciglio della strada: un ebreo è stato depredato dai briganti e abbandonato alla sua sorte. Solo un samaritano si prende cura di lui e gli fascia le ferite. Non solo quelle del corpo ma anche quelle della dignità della persona maltrattata, della diversità di religione e di razza e di provenienza. Non si cura del legalismo e dell’impurità, ma tocca con amore quel corpo e lo pulisce dalle tracce del sangue, perché è una persona quella ferita sul ciglio della strada, e la persona viene prima di ogni altra cosa ed è più importante di qualsiasi norma o ritualità, come ci ha insegnato Gesù guarendo i malati anche di sabato. E non guarisce solo l’esteriore ma con la sua parola risana soprattutto la parte intima della persona come avviene con il cieco di Gerico al quale dona la luce e gli apre orizzonti spirituali alla vita, e come non condanna l’adultera ma dà dignità a lei che l’aveva persa buttandosi superficialmente tra le braccia di un uomo che non era suo marito.
Mentre nell’episodio della trasfigurazione, proprio attraverso l’esaltazione e la glorificazione del suo corpo, Gesù ci preannuncia che anche il nostro corpo mortale potrà vedere e godere per sempre della luce della risurrezione. In quel corpo trasfigurato noi vediamo il nostro futuro in cui anche la debolezza, il limite, la carne saranno circondati di gloria e di luce. In quei giorni tutto avrà significato: gli affetti e le nostre opere di carità, i sentimenti e le emozioni, le ferite e le sofferenze, le gioie e i desideri perché tutto troverà compimento nella pienezza e nell’amore di Dio. Questo nostro corpo sarà in tutto simile al corpo di Cristo glorioso della mattina di Pasqua. Ogni cosa creata sarà finalmente redenta e non ci sarà più desiderio perché tutto sarà stato esaudito.
Padre Giulio Cattozzo
CALENDARIO PROPOSTE 2009 - 2010
